IL RACCONTO DELL’ESPERIENZA

Il 68% degli intervistati ha raccontato di avere un’esperienza di volontariato importante di almeno più di 6 anni.

Il 33% è rimasto volontario sempre presso la stessa ODV; il 67% riporta invece di essersi impegnato in azioni volontarie presso organizzazioni diverse.

Rispetto a coloro che hanno riferito di aver fatto volontariato in più ODV, il 36,40% dei volontari ha riportato di essere stato volontario in tre organizzazioni di volontariato, mentre il 30,40% ha dichiarato di aver fatto volontariato in due enti.

Analizzando il tempo dedicato all’impegno volontario, su base settimanale, risulta che il 36% degli intervistati svolga di solito attività volontarie per più di 12 ore. Rispetto alla distribuzione del monte ore per genere, le 12 ore risultano rispettate per il 54% degli uomini mentre per le donne il dato si modifica: circa il 36% del campione femminile ha infatti dichiarato di riuscire a dedicare meno di 3 ore a settimana al volontariato, il 21% ha riportato di impegnarne 5, il 4% 8 ore, il 12% circa 10 ore, il 24% più di 12 ore settimanali, il 3% ha risposto di non saper quantificare in termini di tempo il proprio impegno volontario settimanale.

Ad ogni modo la frequenza dell’agire volontario sembra rimanere costante nel tempo per buona parte del campione indagato (il 79%).

Relativamente alle posizioni ricoperte nell’ODV di appartenenza e le relative attività svolte, la metà dei volontari intervistati ha riportato di ricoprire un ruolo apicale (53%), sebbene negli items successivi gli stessi abbiano dichiarato di svolgere, oltre ad attività prettamente amministrative e di gestione, anche altre mansione: l’85% infatti aggiunge di occuparsi di accoglienza, animazione, manutenzione degli spazi, sensibilizzazione, accompagnamento ed orientamento dei destinatari.

Tale condizione che si potrebbe definire multi-tasking ovvero quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che portano la persona a essere impegnata in due o più attività o compiti differenti contemporaneamente e che sembra essere ormai una conseguenza inevitabile del contesto sociale e culturale attuale, in qualche caso con ripercussioni sulla qualità delle prestazioni, pare sortire conseguenze positive nei volontari: il 97,41% ha asserito di sentirsi valorizzato all’interno dell’organizzazione, a prescindere dalle attività svolte.

Per il 54,7 % si dice inoltre molto soddisfatto delle relazioni stabilite con gli altri componenti dell’OdV, testimonianza anche di un proficuo lavoro di squadra che generalmente anima l’impegno volontario che per il 50,9% sembra aver favorito anche la capacità di relazione e socializzazione con l’altro.

Un esito interessante ci deriva dall’analisi dell’item B15 relativo ai punti di forza e debolezza riconosciuti dai volontari tanto relativamente alla propria persona quanto rispetto all’organizzazione di cui fanno parte.

Viene confermata l’idea comune secondo cui l’azione volontaria abbia il suo fondamento precipuo e, di riflesso, trovi la sua energia vitale in inclinazioni e predisposizioni personali dei volontari stessi quali sensibilità, bontà, empatia che il 79,8 % del campione riconosce appunto come propri “punti di forza”.

Solo 20,2% degli intervistati ha riconosciuto come punti di forza personali le abilità e le competenze tra cui sono emerse le conoscenze digitali per il sociale, capacità comunicative e/o organizzative e di problem solving.

La variabile tempo, sempre troppo poco da dedicare come si vorrebbe all’impegno volontario, occupa invece il primo posto tra i “punti di debolezza” che i volontari riconoscono in se stessi, da interpretare probabilmente come un’effettiva difficoltà di conciliare i tempi lavorativi e/o familiari con quelli del volontariato e tuttavia il desiderio e forse la consapevolezza di voler e poter fare di più; la sensibilità e l’empatia sembrano inoltre avere un risvolto controproducente se non opportunamente governate, generando casi di eccessivo coinvolgimento emotivo per le sofferenze e bisogni dei destinatari, impedendo di porre il giusto confine fra il sé volontario e l’altro. Anche il perfezionismo e la pignoleria vengono riconosciute tra i tratti caratteriali ascrivibili all’insieme “punti di debolezza” personali.

Per quanto riguarda i punti di forza che gli intervistati hanno riconosciuto nelle ODV di appartenenza, l’analisi semantica delle parole chiave emerse per la maggiore ha consentito di organizzare le risposte in due insiemi diversi: uno relativo alle politiche di coesione e collaborazione interna ma anche alla condivisione della mission e la determinazione nel perseguimento degli obiettivi (93,75%); l’altro relativo invece alla storia associativa e al conseguente accreditamento e riconoscimento dell’ente sul territorio di intervento come anche la capacità di rilevare nel tempo bisogni inevasi (6,25%).

La poca costanza nell’impegno volontario, il mancato ricambio generazionale di forze volontarie, con un’inevitabile ricaduta sulle attività programmate e realizzate, talvolta potremmo dire “anacronistiche” o comunque non pienamente rispondenti alle esigenze dei giovani, sono stati individuati come i principali “punti di debolezza” interni delle ODV a cui vanno aggiunte la carenza di risorse economiche e spazi/sede, la difficoltà di comunicazione interna ed esterna, spesso inefficace e inadeguata e di relazione con le Istituzioni, la non facile gestione di dinamiche gruppali.